Fratelli

Picchia in testa Che mal di testa!


Orsa e bambinoQuand’ero giovane pensavo che la vita del figlio unico fosse privilegiata, piena di vizi e coccole e che, nelle famiglie numerose, ci si sentisse spesso trascurati; credevo che i fratelli fossero una seccatura, una responsabilità in più, un’occasione per crescere troppo in fretta. Così pensavo, fino a quando non sono diventata adulta e mi sono ritrovata accanto un compagno di giochi e di risate, un saggio consigliere che desidera solo la mia felicità, un pilastro che m'indica dov’è la mia origine e che non mi fa sentire sola: mio fratello.

Non posso affermare che da bambini i nostri rapporti fossero idilliaci. Più giovane di sette anni, Davide aveva sempre voglia di giocare e, guarda caso, voleva che non lo lasciassi solo, desiderava sempre stare con me e spassarsela con qualche trovata divertente, ma come si arrabbiava se, ormai ragazzina, preferivo passare un po’ di tempo con le mie amiche! Si sentiva tradito, era roso dalla gelosia e questo, anziché inorgoglirmi, mi dava tremendamente sui nervi. Eppure le ore passate con lui a giocare con le carte, al volano ed al baseball, con il flipper, la roulette ed il monopoli, con le bilie, le figurine e chi più ne ha più ne metta, sono senz’altro le più spassose che ricordi e mi hanno insegnato e trasformare la vita in un eterno luna-park.
Non sempre vi riesco, ma faccio del mio meglio per rimanere un’eterna bambina; anche Davide, dal canto suo, non ha perso questa vocazione e, con i tre figlioletti, passa ore ed ore ad inventarsi i modi più divertenti per trascorrere giornate piacevoli. Per fortuna ho un temperamento vivace e mi piacciono anche i passatempi dei maschietti, altrimenti avrei voluto vedere come se la sarebbe cavata, mio fratello, tra bambole, pentolini e collane!

Guarda caso chi, fra noi due, ha sempre desiderato una famiglia e dei figli è stato proprio lui, mentre io amo sopra ogni cosa la vita libera e selvaggia, anche se in compagnia dell’inseparabile Leo. Avrà avuto poco più di tre anni Davide, quando prese a frequentare una bimba minutissima di nome Silvia: la portava a passeggio tenendola per mano e si poteva pensare, vedendoli, che fosse la sua adorata fidanzatina. Alle nostre indiscrete domande, rispose invece che “le faceva da Papà” così comprendemmo subito quale sarebbe stato il suo futuro se avesse avuto la buona sorte, com’è successo, di incontrare la donna dei suoi sogni.
Ma gli episodi della nostra infanzia che più ricordo con piacere sono le birichinate, quel modo naturale che avevamo d'esser gioiosi e che risultava molto irritante agli occhi dei nostri genitori; la cosa ci faceva vieppiù divertire, quindi non cercavamo minimamente di limitarci. Durante i trasferimenti in auto, ad esempio, ci piaceva gareggiare tra chi vedesse i cartelli dei distributori di benzina e vinceva chi, per primo, ne gridava forte il nome. Quelle urla tremende scuotevano i nervi del guidatore, vale a dire di nostro padre il quale, appena perdeva la pazienza, ci zittiva rimproverandoci aspramente: noi ridevamo sotto i baffi, ma ubbidivamo subito spaventati dai suoi bruschi modi.

Un altro motivo di lamentela, questa volta da parte di nostra madre, era l’orario indecente nel quale ci alzavamo dal letto la domenica mattina: esausti, dopo una settimana di seccanti lezioni scolastiche, trovavamo sublime intrattenerci con la lettura dei fumetti sino all’ora di pranzo. Puntualmente, ogni trenta minuti circa, nostra madre apriva la porta e ci gridava:
“Non è ora di alzarsi?

-oppure:-

“Alzateviiiiiiii!”

“Basta, sono stanca, ogni domenica e sempre la stessa storia!”

Siccome non le davamo mai retta, intorno a mezzogiorno si vedeva costretta a chiamare manforte: come un bufalo infuriato si annunciava nostro padre con i suoi passi pesanti e, facendo uso dei ben noti “modi gentili”, riusciva a farci scuotere da quel torpore beato. Ricordo che, quando poggiavo i piedi a terra, mi girava la testa tante erano le ore d'immobilità trascorse nel dolce far niente. Oggi tutti e due amiamo molto tenerci in attività con le mani o con la mente ed il merito, forse, è proprio delle ore di riposo accumulate e che credo ci basteranno per una vita intera.

Il periodo dell’infanzia lasciò ben presto il posto alla giovinezza ed alla maturità, ognuno di noi prese strade totalmente diverse e ci vedevamo solo per trascorrere qualche ora lieta insieme. Ci furono poi periodi burrascosi, incomprensioni e malintesi, ma siamo sempre riusciti ad appianare le cose, a non perdere i contatti, specie da quanto Davide ha manifestato il vivo desiderio di vedermi accanto ai suoi figli. Questo da un lato mi ha sorpreso, a causa delle nostre differenti idee sulla vita e, dall’altro, ha costituito per me una sfida che credevo impossibile vincere: avvicinarmi con il cuore e l’anima all’universo infantile, senza paura e traendo da esso tutto l’affetto che vorrei da un altro essere umano. Solo con i bambini, infatti, riuscivo ad abbandonare gran parte delle mie difese e, piano piano, ho imparato ad avere fiducia nel loro modo gratificante di voler bene.
Per tutto questo non finirò mai d'essere grata a mio fratello che mi ha mostrato una dimensione nuova, un mondo naturale così misterioso per me, tanto da temere di non poterlo conoscere affatto.

Anche se questo ritratto è ben poca cosa, una piccolissima descrizione di quelle che sono la sua vita e la sua personalità, spero possa bastare per fargli comprendere, se ve ne fosse il bisogno, quanto mi sia caro adesso e per sempre.

© Flory Brown

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